Prof. Tonioni Federico Psichiatra e Psicoterapeuta – responsabile dell’area delle Dipendenze da Sostanze e delle Dipendenze Comportamentali della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma

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Adolescenti in ritiro sociale, genitori assenti e iperconnessi

Internet ha cambiato la nostra vita, è diventato uno strumento indispensabile che accompagna ogni nostra attività: ha ridotto la distanza tra le persone, ma, paradossalmente, ha creato anche un distacco, “un vuoto” ben più grande tra le sopratutto tra genitori e figli.

Da quando la tecnologia ci ha ‘regalato’ lo smartphone la nostra vita ha subito ancora una volta un cambiamento profondo sopratutto nel modo in cui ci relazioniamo con gli altri.
Ma, come tutte le cose, se usate nel modo sbagliato possono portare a problemi di diverso tipo.

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Lo smart phone, ad esempio, ha introdotto il pericolo dell’iperconnessione ovvero
‘stare connessi molte ore facendo un uso non corretto dello strumento’ e a questo problema non ne sono affetti solo gli adolescenti ma anche gli adulti, i genitori stessi che dovrebbero essere il modello guida dei loro figli.

Il Prof. Tonioni Federico Psichiatra e Psicoterapeuta – responsabile dell’area delle Dipendenze da Sostanze e delle Dipendenze Comportamentali della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma, in una sua intervista afferma:

Non c’è un quantitativo di ore limite, ma la tendenza a passare sul web più tempo possibile.  Non parlerei di “dipendenza da web” nei bambini e negli adolescenti perché la mente infantile e quella adolescenziale non è in grado di strutturare delle dipendenze ma delle fasi di >>abuso<<.
È importante sottolineare che il sintomo più grave non è l’iperconnessione; gli adolescenti hanno diritto a iperconnettersi per eludere la solitudine.
Gli smart phone hanno cambiato il modo di vivere lo spazio, il tempo e parole come capacità di attesa e di stare da soli sono considerate la prima come perdita di tempo – ormai c’è il tutto e subito – e la seconda come un problema, quando in realtà non lo è” .

Se un bambino o un adolescente trascorre troppo tempo davanti al suo smart phone o al tablet alla base c’è sempre un problema che non riguarda il figlio stesso bensì i genitori. Il problema è genitoriale non adolescenziale.

La tendenza sempre più evidente quando un genitore si trova con un figlio che trascorre molto tempo davanti ad uno schermo, magari per giocare o chattare, è quella di colpevolizzare l’iperconnessione e come conseguenza quasi naturale è cadere in dinamiche di controllo.
Scattano punizioni, divieti e spesso assistiamo a scene in cui il genitore strappa letteralmente lo smart phone o il pad della play station dalla mano del figlio.

Come affermano gli ‘esperti’ questo è sbagliato perché le ‘regole’ che un genitore stabilisce non devono avere l’obiettivo di ridurre il figlio all’obbedienza perché se ‘obbedisce’ in modo passivo senza comprendere le motivazioni questo porterà ad un accumulo di risentimento e rabbia che da qualche parte sfocerà.

Quindi la soluzione non deve essere basata su regole fredde e rigide ma sulla fiducia verso il proprio figlio. Questo ovviamente non significa che non devi dare punizioni che gli permetteranno di capire che nella vita quando si sbaglia ci sono  sempre delle conseguenze.

Interessante un passaggio sempre del Prof. Tonioni:
la vera distanza che i genitori hanno nei confronti dei figli sono i propri sensi di colpa inconsci e inconsapevoli. Se c’è un adolescente da una parte c’è un genitore in crisi dall’altra. Guai a togliere il computer di forza ad un figlio!
Le regole non servono a vincere sui figli ma devono servire a fare trattative. Nella trattativa non c’è mai assenza genitoriale: nel dare un ordine, uscire di casa e pensare ad un’altra cosa invece sì.
La trattativa finisce quando si arriva al compromesso, al massimo sforzo possibile da parte di entrambi. E c’è crescita.

Alla base c’è sempre un motivo affettivo, mai cognitivo. Se internet viene usato come strumento di controllo da parte del genitore e quindi da parte mia e tua, abbiamo già perso in partenza. Se ci sediamo accanto a nostro figlio per far finta di giocare con lui ed è evidente che ci annoiamo, pensi davvero che non se ne accorga? Poi però pretendi che ti dica tutto e che ti renda partecipe della sua vita on line?

Credo invece che il genitore debba dare l’esempio, anche e sopratutto in questo nuovo ruolo di educatore digitale. Dobbiamo adattarci, informarci, studiare e prepararci, alfabetizzarci perché non possiamo pensare di essere una guida se non conosciamo bene l’argomento.
Fino a qualche anno fa il genitore sapeva bene quale fosse il suo ruolo, quello di educare e sfruttare la sua esperienza trasmettendo loro equilibrio emotivo, sicurezza e punti fermi tutti aspetti che permettono il figlio di crescere con una forza emotiva equilibrata e sana.

Oggi il genitore si trova ad affrontare le sue insicurezze e quindi a riversarle sui propri figli arrivando a sentirsi quasi inadeguato al ruolo perché distratto da una tecnologia che fondamentalmente lo spaventa.
Io credo, come genitore, che chi soffre veramente di dipendenze tecnologiche e iperconnessione non sono i nostri figli (che in qualche modo si rifugiano in questi strumenti che ‘conoscono bene’) ma sono i genitori che viceversa non sanno nulla o poco e spesso li usano in maniera assolutamente errata.

Allora il punto è: come può un genitore insegnare e spiegare regole chiare per un uso consapevole e corretto dei media digitali se lui stesso non è in grado di farlo o non conosce queste regole?

Come può un genitore parlare di patologie come il ‘ritiro sociale‘ e ‘web addiction‘ o fenomeni come il sexting, cyberbullismo, vamping, like addiction se non conosce nemmeno il significato di questi termini?

E come può essere il consigliere e guida se non riesce a capire se è affetto lui stesso da nomofobia, ormai riconosciuta come una vera e propria malattia, ossia la paura di rimanere sconnessi, che rende vulnerabili e insicuri?

Se parliamo di bambini iperconnessi bisogna pensare che il punto non sta nell’iperconnessione ma in nuove forme di assenza genitoriale:

Troppo spesso ci facciamo sostituire come presenza fisica dai tablet e dai telefonini. Se voi date un tablet a un bambino sentirete un genitore che dice: “mio figlio davanti al pc non si vede e non si sente”. Un genitore dovrebbe chiedersi perché non ha voglia di giocare insieme ai figli con il tablet per evitare che lui lo usi per consolarsi.

Il massimo per un bambino non è il tablet ma è giocare con il genitore con il tablet o la play. Ma diciamoci la verità: quante volte hai negato a tuo figlio di giocare con lui perché non ne avevi voglia? Allora il tablet o la play station diventano le babysitter tecnologiche.

Il Prof. Giuseppe Lavenia in una sua intervista afferma:

L’esempio che diamo come genitori nell’uso della tecnologia non è un modello che permette a questi ragazzi di dare valore per esempio al tempo, alla noia,
in qualche modo per la prima volta ci troviamo in una modalità dove i ragazzi conoscono la tecnologia più dei genitori.

I genitori devono imparare a partecipare, devono informarsi devono sapere che cos’è la rete, i rischi. Comunicare, dialogare ridurre il gap che li separa…
Saper ritornare a dare delle regole.

Fino a 13 anni non bisognerebbe dare uno smartphone, aprire un profilo social.
I genitori hanno un ruolo importante, siamo degli insegnanti ma non si può insegnare se non si conosce la materia, se non impariamo a conoscere in profondità la grammatica emotiva dei nostri adolescenti.”

Ecco perché nel corso del tempo ho elaborato e prodotto un percorso di ‘Alfabetizzazione digitale Social‘ unico in Italia che si propone lo scopo di indirizzare i genitori, educatori e docenti a scoprire un mondo affascinante ma che nasconde pericoli e insidie che vanno conosciuti.

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Non puoi demandare alla scuola, ai professori o ad altri quello che è un tuo dovere, educare tuo figlio. Mi rendo conto che stiamo parlando di un tipo di educazione a cui non siamo abituati.
I nostri stessi figli molto spesso ci vedono, e a ragione, come degli “immigrati digitali”, troppo distanti per capire il loro mondo, il loro linguaggio.

La distanza digitale che ci separa con i nativi digitali sta diventando anche una distanza relazionale.

Come fare allora?

Come quasi in tutte le cose la soluzione è semplice e davanti ai nostri occhi.
Quello che devi fare caro genitore, è armarti di umiltà, prenderti del tempo,
e sederti al fianco di tuo figlio. Chiedigli di farti da formatore, di insegnarti tutto quello che hai bisogno di sapere. L’illusione del controllo grazie alla tecnologia è solo un’illusione appunto ma non porta a nessun rapporto duraturo, a nessuna relazione produttiva e sana.
Invece di andare a controllare i profili social dei nostri figli, chiediamogli di farci partecipe di quello che fa, avviciniamoci e impariamo da lui. Trasmettiamogli la fiducia che abbiamo in lui o in lei e pian piano le porte dei nostri figli si apriranno da sole.
Spesso ci lamentiamo che i nostri figli non ci parlano, non si confrontano; come posso dargli torto!
I nostri figli non si sentono capiti ne ascoltati!

La parola più usata sai qual’è: “UN ATTIMO“. (citazione Prof. Lavenia) Siamo la generazione dei genitori dell’ATTIMO… Questo dimostra che noi adulti non siamo cognitivamente pronti ad usare la tecnologia.
Ma questo attimo non passa mai e allora nostro figlio andrà a cercare altrove le risposte o la compagnia per riempire il vuoto che sente.

Crismer.

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