Infanzia, smartphone e la responsabilità culturale degli adulti
In Italia non esiste una legge generale che stabilisca un’età minima per possedere uno smartphone. Esistono però norme sul consenso digitale, sulla protezione dei minori, sull’uso dei dispositivi a scuola e sulle responsabilità delle piattaforme. La ricerca invita alla prudenza, soprattutto nella prima infanzia, ma mostra anche che età, contenuti, contesto e mediazione adulta contano più di una generica contrapposizione tra tecnologia buona o cattiva. Il problema, quindi, non è soltanto tecnologico: riguarda le scelte culturali, educative e progettuali degli adulti.
Il punto non è decidere se la tecnologia sia buona o cattiva. Il punto è capire chi decide il suo posto nella vita dei bambini, e con quale idea di infanzia. (Crismer)
Da alcuni giorni, a Milano, un’immagine ha acceso discussioni e irritazione: un bambino molto piccolo tiene tra le mani uno smartphone, mentre una frase rassicura l’adulto che guarda — “Tutto ok, è iPhone”. Il cartellone, comparso in via Melchiorre Gioia e segnalato da una cittadina, è stato portato dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza all’attenzione di AGCOM, AGCM e Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria per le verifiche di competenza. Al momento non c’è una pronuncia che ne accerti l’illiceità: c’è, però, una domanda pubblica che merita di non essere liquidata come l’ennesima polemica di stagione. [1]
Quella fotografia non vende soltanto un prodotto. Offre una scena di normalità. Il dispositivo è nelle mani di un bambino che sembra avere meno di due anni; l’adulto, fuori campo, riceve il messaggio decisivo: puoi stare tranquillo. È proprio quell’assoluzione preventiva, più ancora del marchio a rendere il cartellone interessante. “Tutto okay” chiude la conversazione prima che cominci: non domanda quanto tempo, per fare cosa, con chi, al posto di quale esperienza, dentro quale relazione.
Non si tratta di demonizzare l’azienda produttrice, né di fingere che senza smartphone l’infanzia tornerebbe automaticamente integra e felice. Un telefono può consentire apprendimento, creatività, accesso a relazioni e servizi; per molti adolescenti è anche uno spazio reale di appartenenza. Ma un oggetto non è mai soltanto un oggetto quando diventa una presenza quotidiana, un regolatore della noia, un premio, un calmante, una baby-sitter, una porta d’ingresso a piattaforme progettate per trattenere l’attenzione. La questione, dunque, non è semplicemente tecnologica. È culturale, educativa, economica e politica.
Prima distinzione: non esiste “lo schermo” in astratto
Nel dibattito pubblico mettiamo spesso nello stesso contenitore esperienze molto diverse: un neonato davanti a un video, una videochiamata con i nonni, un cartone visto con un genitore, una ricerca scolastica, una chat di classe, un videogioco cooperativo, lo scorrimento notturno di contenuti suggeriti da un algoritmo. Contano l’età, la durata, il contenuto, il momento della giornata, il progetto della piattaforma, la vulnerabilità individuale e soprattutto il contesto relazionale.
La psicologa dei media Patti Valkenburg ha mostrato quanto gli effetti dei media dipendano da differenze disposizionali, evolutive e sociali. Sonia Livingstone invita da anni a tenere insieme protezione, partecipazione e opportunità: tutelare i minori non significa espellerli dall’ambiente digitale, ma renderlo compatibile con i loro diritti. [2][3] Sono distinzioni essenziali, perché ci difendono da due errori speculari: il tecnopanico, che attribuisce allo smartphone ogni fragilità contemporanea, e il tecnoassoluzionismo, che considera qualsiasi preoccupazione una forma di nostalgia adulta. [26]
In Italia non esiste, oggi, una legge generale che stabilisca un’età minima per possedere uno smartphone. Esistono invece norme che regolano singoli piani: il trattamento dei dati personali, l’accesso a determinati contenuti, la responsabilità delle piattaforme, l’uso dei dispositivi a scuola, la pubblicità rivolta ai minori.
Possesso dello smartphone. Non esiste una soglia anagrafica generale prevista dalla legge italiana.
Consenso digitale. In Italia è fissato a quattordici anni per il trattamento dei dati nei servizi online; non è una certificazione di maturità né una “patente dello smartphone”.
Piattaforme. Il Digital Services Act impone protezioni elevate per i minori e vieta la pubblicità basata sulla loro profilazione quando la piattaforma sa con ragionevole certezza che l’utente è minorenne.
Scuola e contenuti per adulti. Esistono regole specifiche; le soglie di quindici o sedici anni discusse in Parlamento non sono, al 10 agosto 2026, divieti generali già in vigore.
Consenso digitale: quattordici anni non significa “patente dello smartphone”
Il Regolamento generale europeo sulla protezione dei dati (GDPR) fissa a sedici anni la soglia ordinaria per consentire autonomamente al trattamento dei dati nell’offerta diretta di servizi della società dell’informazione, ma permette agli Stati membri di abbassarla fino a tredici.
L’Italia l’ha fissata a quattordici anni con l’articolo 2-quinquies del Codice privacy; sotto tale soglia è necessario il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale. [4][5] È una regola sul consenso al trattamento dei dati, non una certificazione di maturità, né un via libera generale all’uso di social network o smartphone.
La responsabilità non può ricadere solo sulle famiglie
Con il Digital Services Act, l’Unione europea ha spostato una parte importante della responsabilità verso i servizi digitali.
Le piattaforme accessibili ai minori devono assicurare un livello elevato di privacy, sicurezza e protezione; la pubblicità basata sulla profilazione dei minori è vietata. Per le piattaforme molto grandi sono previsti obblighi di valutazione e mitigazione dei rischi sistemici. [6] Le linee guida della Commissione del luglio 2025 hanno reso più concreto questo principio: impostazioni private per impostazione predefinita, sistemi di raccomandazione più sicuri, contrasto alle funzioni persuasive o potenzialmente addictive, strumenti di controllo adeguati e garanzie proporzionate sull’età. [7]
È un passaggio culturale non secondario. Se un ambiente è progettato per massimizzare il tempo trascorso, la frequenza di ritorno e la raccolta di dati, non è serio chiedere a un bambino, o a un genitore lasciato solo, di compensare con la forza di volontà ciò che intere squadre di progettazione hanno costruito per essere irresistibile.
Scuola, contenuti per adulti e proposte ancora in discussione
Sul piano scolastico, la nota ministeriale dell’11 luglio 2024 ha disposto nel primo ciclo il divieto di usare lo smartphone in classe, anche a fini didattici. La circolare del 16 giugno 2025 lo ha esteso al secondo ciclo per l’intero orario scolastico, sempre anche a fini didattici, prevedendo eccezioni circoscritte — per esempio quando il dispositivo sia previsto dal PEI o dal PDP, o sia necessario in specifici percorsi formativi. [8][9] Sono regole dell’ambiente scolastico, non divieti generali di possesso nella vita extrascolastica.
Per l’accesso a contenuti pornografici, il decreto-legge 123/2023, convertito nella legge 159/2023, ha introdotto l’obbligo di verifica della maggiore età; AGCOM ne ha definito le modalità. Gli obblighi sono operativi dal 12 novembre 2025 per i gestori stabiliti in Italia o fuori dall’Unione europea e dal 1° febbraio 2026 per quelli stabiliti in un altro Stato membro dell’Unione. [10] Anche qui, il legislatore interviene su un rischio specifico, non sull’intera esperienza digitale del minore.
Nel frattempo il Parlamento discute misure più ampie. Il disegno di legge S. 1136 sulla tutela dei minori nella dimensione digitale — ancora in esame in commissione al 10 agosto 2026 propone, nel testo base, di consentire l’attivazione di account social e sulle piattaforme di condivisione video solo dopo i quindici anni, di elevare a sedici anni la soglia del consenso digitale autonomo e di introdurre sistemi di verifica dell’età. [11] Non è ancora legge.
Il disegno di legge S. 1949, presentato il 2 luglio e assegnato in commissione il 29 luglio 2026 senza che ne fosse iniziato l’esame, riguarda invece l’esposizione ai dispositivi da zero a tre anni, la formazione delle famiglie e dei professionisti e un accesso graduale nelle età successive. [12]
Anche il Parlamento europeo, con una risoluzione non vincolante del novembre 2025, ha chiesto una soglia europea armonizzata di sedici anni, con consenso parentale al di sotto, e una soglia assoluta di tredici anni per l’accesso ai social. [13] Sono segnali politici rilevanti, ma non vanno raccontati come norme già vigenti.
E quel cartellone: è legale?
Il Codice di Autodisciplina della comunicazione commerciale richiede particolare cura nei messaggi rivolti ai bambini o che possono raggiungerli, vieta di danneggiarli e impone che il loro impiego nella comunicazione non abusi dei sentimenti naturali degli adulti. [14]
Il fatto che l’Autorità garante abbia trasmesso la segnalazione non equivale, però, a un verdetto. La questione giuridica dipenderà dalle valutazioni degli organismi competenti; la questione culturale esiste già. Una comunicazione può essere formalmente ammissibile e, nello stesso tempo, contribuire a rendere desiderabile o innocua una pratica educativa controversa. Il diritto stabilisce soglie minime. La cultura decide che cosa chiamiamo normale.
Prima infanzia: il tempo sottratto conta quanto il tempo esposto
Per i bambini piccoli, le raccomandazioni sono prudenti e convergenti. L’Organizzazione mondiale della sanità sconsiglia il tempo sedentario davanti agli schermi sotto l’anno di età, lo sconsiglia anche a un anno e indica non più di un’ora al giorno a due, tre e quattro anni, meno è meglio. [15]
Nel gennaio 2026 la Società Italiana di Pediatria ha aggiornato le proprie indicazioni: niente dispositivi sotto i due anni, meno di un’ora tra due e cinque, meno di due ore dopo i cinque, supervisione adulta, rinvio dello smartphone personale almeno ai tredici anni e ulteriore cautela per i social. [16]
Non è una guerra allo schermo. Nei primi anni il cervello e il linguaggio crescono dentro scambi corporei e contingenti: uno sguardo riceve risposta, un suono diventa turno di conversazione, un gesto modifica ciò che l’adulto fa.
Uno studio giapponese su 7.097 coppie madre-bambino ha osservato un’associazione dose-risposta tra maggiore esposizione a un anno e ritardi successivi, soprattutto nella comunicazione e nella soluzione di problemi. [17]
Uno studio australiano che ha seguito 220 famiglie ha rilevato che, all’aumentare dei minuti di schermo, diminuivano in media le parole adulte ascoltate, le vocalizzazioni del bambino e i turni conversazionali. [18]
Sono associazioni, non sentenze sul destino di ogni bambino; indicano però un meccanismo plausibile: ciò che lo schermo sostituisce può essere più importante di ciò che mostra.
La più recente ricerca insiste infatti sul contesto. Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata su JAMA Pediatrics ha associato la visione di programmi, la televisione di sottofondo, contenuti non adatti all’età e l’uso dello schermo da parte del caregiver a esiti meno favorevoli; la visione condivisa con l’adulto mostrava invece associazioni positive con alcuni esiti cognitivi. [19]
“Quanto tempo?” resta una domanda utile, ma non basta. Dobbiamo chiedere: quale contenuto, quale dispositivo, in quale momento, con quale adulto, al posto di che cosa?
I dati italiani mostrano inoltre che il problema comincia molto presto e non è distribuito in modo uniforme. Nell’indagine 2025 del sistema di sorveglianza 0-2 anni dell’Istituto Superiore di Sanità, il 14,6% dei bambini tra due e cinque mesi risultava esposto a schermi; la quota variava dal 6,9% nella provincia di Trento al 24,9% in Sicilia, con differenze territoriali e socioeducative. [20] Colpevolizzare i singoli genitori, dunque, sarebbe non solo ingiusto ma inefficace. Le scelte familiari dipendono anche da tempo disponibile, lavoro, servizi, alfabetizzazione, reti di sostegno e modelli sociali.
Adolescenza: risultati meno semplici, responsabilità non meno urgente
Per gli adolescenti il quadro è più eterogeneo. Amy Orben e Andrew Przybylski, analizzando dati di oltre 355 mila ragazzi, hanno trovato un’associazione negativa tra uso della tecnologia digitale e benessere, ma molto piccola: al massimo lo 0,4% della variabilità. [21]
Le revisioni di Patti Valkenburg e di Candice Odgers e Michaeline Jensen sottolineano che molti studi sono correlazionali, gli effetti medi sono spesso deboli o incoerenti e le conseguenze differiscono molto tra una persona e l’altra. [22][23]
Dire questo non significa affermare che non esista un problema. Significa formulare meglio il problema: non “lo smartphone rovina tutti”, ma “alcuni usi, alcuni design e alcune vulnerabilità possono produrre danni importanti, mentre altri usi offrono opportunità”.
Una ricerca italiana pubblicata il 3 agosto 2026 su Nature Human Behaviour rende il tema particolarmente attuale. Marco Gui e colleghi hanno unito questionari sulle abitudini digitali e risultati longitudinali delle prove standardizzate di 5.227 studenti di 28 scuole del Nord Italia. Rispetto a studenti comparabili che avevano atteso almeno la prima superiore, chi aveva aperto il primo account social in prima media mostrava, all’esame di terza media, risultati inferiori di circa 0,21 deviazioni standard in italiano e 0,17 in matematica; in seconda superiore il divario arrivava rispettivamente a 0,22 e 0,27. La pervasività dello smartphone nei momenti chiave della giornata spiegava una quota importante dell’associazione. [24]
Il disegno con abbinamento statistico e difference-in-differences è più informativo di una semplice fotografia correlazionale, ma non equivale a un esperimento randomizzato: il campione non è nazionale e l’età di apertura dell’account è auto-riferita. La conclusione più onesta non è ricavare un divieto universale da un solo studio. È riconoscere che anticipare l’ingresso nei social durante una fase delicata dell’apprendimento non è una scelta neutra.
Il problema è culturale — e “culturale” non significa astratto
Luciano Floridi ha descritto le tecnologie dell’informazione non soltanto come strumenti, ma come forze che modificano l’ambiente in cui costruiamo identità, relazioni e capacità d’azione: la condizione onlife. [25] Da questa prospettiva, lo smartphone non arriva in un mondo già fatto; contribuisce a rifarlo. Cambia i tempi dell’attesa, la disponibilità percepita degli altri, il modo in cui cerchiamo risposte, l’economia dell’attenzione, perfino il significato della presenza.
Dire che il problema è culturale significa allora guardare almeno a quattro responsabilità intrecciate. C’è la responsabilità industriale di chi progetta servizi e modelli di business. C’è la responsabilità pubblica di chi stabilisce tutele e finanzia ricerca, servizi e alfabetizzazione. C’è la responsabilità comunicativa di chi sceglie quali immagini rendere aspirazionali. E c’è la responsabilità adulta, quotidiana, di chi educa anche quando non sta “facendo educazione”.
Un bambino impara il posto della tecnologia osservando il posto che le diamo noi. Se il telefono interrompe ogni pasto, se entra in ogni silenzio, se riceve il nostro sguardo prima della persona che ci parla, la lezione è già stata impartita. Possiamo installare il miglior parental control e continuare a comunicare, con il corpo, che ogni vuoto deve essere riempito e ogni notifica merita precedenza.
Qui si coglie l’ambivalenza del cartellone milanese. Non ci dice soltanto che un telefono è sicuro. Ci suggerisce che affidargli l’attenzione del bambino sia una scelta senza residui, senza costo, senza bisogno di mediazione.
L’Autorità garante Marina Terragni ha usato un’espressione netta: non normalizzare il “baby-sitting elettronico”. [1] La normalizzazione, però, non si contrasta con la vergogna dei genitori. Si contrasta rendendo praticabili alternative, costruendo patti tra famiglie, formando insegnanti ed educatori, chiedendo piattaforme più responsabili e offrendo spazi, tempi e relazioni che non debbano competere da soli con prodotti ottimizzati per catturare attenzione.
Che cosa possono fare gli adulti, insieme
Accompagnare, proteggere, dare l’esempio
La seconda è distinguere accompagnamento e sorveglianza. Controllare impostazioni, età e privacy è necessario, ma educare richiede anche sedersi accanto: chiedere che cosa diverte, che cosa inquieta, come funziona una raccomandazione, perché un contenuto compare proprio ora, quale emozione spinge a continuare. La co-fruizione non è una garanzia magica; trasforma però un consumo solitario in un’occasione di linguaggio e giudizio.
La terza è proteggere esperienze non sostituibili. Sonno, gioco libero, movimento, lettura condivisa, conversazione, amicizie incarnate, noia: non sono il residuo analogico di un’epoca passata, ma infrastrutture dello sviluppo. La domanda adulta non dovrebbe essere soltanto “quanto schermo concedo?”, ma “quale esperienza sto difendendo in questo momento?”.
La quarta riguarda l’esempio. Chi lavora con bambini e ragazzi — insegnanti, educatori, allenatori, pediatri, psicologi, bibliotecari — ha una responsabilità particolare: nominare i propri limiti, rendere visibili le regole, spiegare perché un telefono viene usato e perché, a volte, viene messo via. L’autorevolezza cresce quando la regola vale anche per l’adulto.
Infine, serve alfabetizzazione alla progettazione digitale, non soltanto all’uso tecnico. Ragazzi capaci di montare un video o aprire un account non sono automaticamente capaci di riconoscere una dark pattern, il funzionamento di una profilazione, l’effetto di una ricompensa variabile o il confine tra relazione e prestazione pubblica. La competenza digitale è anche capacità di porre confini, proteggere l’attenzione, verificare fonti, chiedere aiuto e scegliere di uscire.
Le leggi servono: fissano soglie, correggono asimmetrie, obbligano le imprese a progettare meglio, proteggono chi ha meno potere contrattuale e cognitivo. Ma nessuna soglia anagrafica può sostituire una comunità educativa; nessun sistema di verifica dell’età può insegnare da solo il senso del limite; nessun divieto scolastico può reggere se fuori dalla scuola l’adulto comunica che essere sempre connessi è l’unico modo di esistere.
La domanda, allora, non è se l’iPhone sia buono o cattivo. È che cosa smettiamo di offrire quando lo mettiamo troppo presto tra le mani di un bambino. È quale bisogno dell’adulto stiamo risolvendo, quale bisogno del bambino stiamo interpretando, quale modello di attenzione stiamo rendendo normale. E soprattutto: se siamo noi adulti a dire “tutto okay”, chi resta a fare le domande?
Il primo vero parental control non è un’app: è un adulto capace di esserci, di dare l’esempio e di costruire, insieme ad altri adulti, un ambiente nel quale la tecnologia abbia un posto — ma non prenda il posto della relazione.
A chi lavora ogni giorno con bambini e ragazzi spetta uno sprone semplice e impegnativo: non aspettare la legge perfetta, né il prossimo allarme mediatico. Cominciamo dai nostri gesti, dalle regole condivise, dalle conversazioni difficili, dalle alleanze tra scuola e famiglie. Mettiamo qualche volta il telefono fuori campo e torniamo dentro la scena. Non per sottrarre i giovani al loro tempo, ma per aiutarli ad abitarlo senza consegnargli, insieme al dispositivo, anche la propria attenzione, la propria libertà e il proprio futuro.
Fonti e riferimenti essenziali
[1] Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. (2026, 7 agosto). Pubblicità bambino e iPhone: Terragni, «Non normalizziamo il baby-sitting elettronico». [fonte]
[2] Valkenburg, P. M., & Peter, J. (2013). The Differential Susceptibility to Media Effects Model. Journal of Communication, 63(2), 221-243. [fonte]
[3] Livingstone, S., & Pothong, K. (2022, 12 luglio). Safeguarding play: Children’s rights and the internet. London School of Economics. [fonte]
[4] Parlamento europeo e Consiglio. (2016). Regolamento (UE) 2016/679, art. 8 (GDPR). [fonte]
[5] Garante per la protezione dei dati personali. Minori. [fonte]
[6] Parlamento europeo e Consiglio. (2022). Regolamento (UE) 2022/2065, Digital Services Act. [fonte]
[7] Commissione europea. (2025, 14 luglio). Guidelines on the protection of minors under the Digital Services Act. [fonte]
[8] Ministero dell’Istruzione e del Merito. (2024, 11 luglio). Nota n. 5274: uso degli smartphone e del registro elettronico nel primo ciclo. [fonte]
[9] Ministero dell’Istruzione e del Merito. (2025, 16 giugno). Circolare n. 3392: uso degli smartphone nel secondo ciclo. [fonte]
[10] AGCOM. (2026, 3 febbraio). Siti e piattaforme pornografiche: obblighi di verifica dell’età. [fonte]
[11] Senato della Repubblica. Disegno di legge S. 1136: Disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale (iter parlamentare). [fonte]
[12] Senato della Repubblica. Disegno di legge S. 1949: regolamentazione dell’esposizione ai dispositivi digitali da zero a tre anni (iter parlamentare). [fonte]
[13] Parlamento europeo. (2025, 26 novembre). Children should be at least 16 to access social media, say MEPs. [fonte]
[14] Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria. Codice di Autodisciplina della comunicazione commerciale, art. 11. [fonte]
[15] World Health Organization. (2019, 24 aprile). To grow up healthy, children need to sit less and play more. [fonte]
[16] Società Italiana di Pediatria. (2026, 27 gennaio). Digitale e bambini: le nuove raccomandazioni SIP. [fonte]
[17] Takahashi, I., et al. (2023). Screen Time at Age 1 Year and Communication and Problem-Solving Developmental Delay at Ages 2 and 4 Years. JAMA Pediatrics, 177(10), 1039-1046. [fonte]
[18] Brushe, M. E., et al. (2024). Screen Time and Parent-Child Talk When Children Are Aged 12 to 36 Months. JAMA Pediatrics, 178(4), 369-375. [fonte]
[19] Mallawaarachchi, S. R., et al. (2024). Early-Childhood Screen Use Contexts and Cognitive and Psychosocial Outcomes: A Systematic Review and Meta-analysis. JAMA Pediatrics, 178(10), 1017-1026. [fonte]
[20] Istituto Superiore di Sanità – Epicentro. (2026, 20 maggio). Indagine 2025: esposizione a schermi, Sorveglianza Bambini 0-2 anni. [fonte]
[21] Orben, A., & Przybylski, A. K. (2019). The association between adolescent well-being and digital technology use. Nature Human Behaviour, 3, 173-182. [fonte]
[22] Valkenburg, P. M. (2022). Social media use and well-being: What we know and what we need to know. Current Opinion in Psychology, 45, 101294. [fonte]
[23] Odgers, C. L., & Jensen, M. R. (2020). Adolescent mental health in the digital age: facts, fears, and future directions. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 61(3), 336-348. [fonte]
[24] Gui, M., Respi, C., Abbiati, G., et al. (2026). Longitudinal effect of early social media use on standardized learning outcomes during school career. Nature Human Behaviour. [fonte]
[25] Floridi, L. (Ed.). (2015). The Onlife Manifesto: Being Human in a Hyperconnected Era. Springer. [fonte]
[26] Comitato ONU sui diritti dell’infanzia. (2021). General Comment No. 25 on children’s rights in relation to the digital environment. [fonte]


